Lo spunto iniziale
La genesi di questo albo è stata un po’ diversa dal solito. All’inizio, infatti, c’era un’idea che era stata concepita per una storia breve da pubblicare sul Grande Diabolik: 24 tavole, in formato più grande.
Ma subito abbiamo avuto l’idea che lo spunto meritasse di essere svolto in una storia più ampia e articolata, e così abbiamo proposto di farne un albo per la serie regolare. A dire il vero, nel soggetto iniziale c’erano già quasi tutti gli elementi fondamentali: il passeggero-bersaglio, l’assalto dei terroristi, lo scambio di persone tra Diabolik e il capitano dello yacht. Ci sembrava però che la storia si prestasse molto bene ad aggiungere situazioni che richiamassero a “Dieci piccoli indiani” di Agatha Christie ma anche al film “Under siege” (“Trappola in alto mare”, nella versione italiana), interpretato da Steven Seagal, Gary Busey, Erika Eleniak e Tommy Lee Jones. E così abbiamo fatto eliminare, uno dopo l’altro, numerosi cattivi, fino a che diventava chiaro che i conti non tornavano: se Diabolik si è consegnato ed è saldamente nelle mani dei terroristi, se Eva è stata catturata nelle scene iniziali, chi è l’angelo della morte che elimina i terroristi?
Uno yacht speciale
Un protagonista (senza battute) è senz’altro il meraviglioso yacht sul quale si imbarcano gli ignari ricconi e sul quale si svolge l’azione. Inizialmente, questa sobria imbarcazione non aveva nome: per buona parte della sceneggiatura non abbiamo sentito il bisogno di nominarlo, ma sbagliavamo. Quando siamo arrivati alle scene in cui dall’esterno comunicavano con il Capitano, per esempio la Capitaneria o il Comandante del pattugliatore, allora ci è stata chiara la necessità di battezzarlo. L’idea era quella di dare più varietà nei dialoghi, ma poi ci siamo resi conto anche (e soprattutto) che dargli un nome avrebbe reso la storia più completa. Ci siamo posti dunque la domanda: quale nome dargli? Per rispondere ci siamo posti una seconda domanda: qual è il suo ruolo nella storia?
Dunque… una costruzione umana, che a prima vista sembra qualcosa di bello, e che custodisce dentro di sé qualcosa di impensabile, dagli effetti dirompenti, qualcosa che si dimostrerà il vero fulcro (e al contempo la soluzione) di tutta la narrazione.
No, non abbiamo pensato a un Uovo di Pasqua, ma al Cavallo di Troia! Del resto, lo yacht stava portando il Bersaglio, nascondendolo alla vista di tutti.
E quindi quale nome migliore di Vergilius? Cioè Virgilio, cioè l’autore dell’Eneide, l’opera nella quale è raccontato l’episodio del Cavallo che pone fine alla guerra di Troia.
Il piano dei terroristi
E i croceristi? Che ne sarà di loro? In una versione iniziale della storia, veniva detto che i terroristi avevano in animo di concludere la loro operazione fuggendo sui gommoni usati per l’attacco e facendo esplodere le cariche di esplosivo, con i passeggeri a bordo; in tal modo, le vedette dei militari sarebbero state costrette a soccorrere i naufraghi e i terroristi avrebbero avuto modo di fuggire. In corso d’opera, però, questo piano è stato abbandonato. Non perché gli sceneggiatori fossero particolarmente inteneriti dal destino di quel gruppo di danarosi croceristi. Più semplicemente, la storia aveva preso uno sviluppo diverso, il Capo del commando aveva fatto affondare deliberatamente il gommone per impedire che qualcuno dei suoi pensasse di fuggire con la refurtiva, e abbiamo immaginato che il commando volesse condurre la nave presso il proprio porto o quello di uno Stato-canaglia complice e forse mandante dell’intera operazione… Un piano fallito, però, a causa dell’imprevista presenza a bordo dei Nostri ladri preferiti.
Il mistero finale
Il Bersaglio è stato uno dei personaggi più semplici da gestire: nessuno sa chi sia, e quindi non aveva bisogno di connotazioni particolari. Il più classico dei McGuffin!
Poteva essere chiunque, un protagonista che si vede in molte tavole, o un’ombra vista di sfuggita in una scena minore, magari solo durante l’imbarco iniziale. La sua identità era così misteriosa che il nome “Bersaglio”, usato come nome di lavorazione durante la stesura del soggetto, è stato promosso ufficialmente anche in sceneggiatura, ratificato poi dal Capo dei Terroristi che così lo chiama.
Anche noi non abbiamo subito avuto chiaro chi dovesse essere: tra le prime ipotesi c’era un uomo dell’equipaggio, ma poi lo abbiamo scartato perché il suo ruolo si sarebbe sovrapposto a quello del personaggio cui Diabolik ruba l’identità; tra le proposte sul tavolo è stata valutata anche quella che fosse un cagnolino, accompagnatore di un riccone imbarcato, ma non tutti ne erano convinti. Abbiamo quindi optato per un passeggero e infine abbiamo deciso di promuovere l’insospettabile Marta. Perché non saltasse fuori come un coniglio dal cilindro, Marta avrebbe dovuto fare qualcosa durante il viaggio… ed è così diventata un doppio motore di tutta l’azione.
Una curiosità: il più cattivo di noi tre, in un’imprecisata fase della scrittura, aveva proposto di non svelarne l’identità. Lasciare il mistero, suggerendo che potesse anche non essere effettivamente imbarcato. Poi, però, ha prevalso la rettitudine morale degli altri e, infine, le ultimissime tavole svelano il mistero. Come parziale risarcimento alla bella idea, per lo meno c’è qualcuno che, alla fine della storia, si rode dalla curiosità senza poter conoscere la verità.
La rotta interrotta
Uno dei lavori più complessi per la stesura della storia è stato senza dubbio il tracciamento della rotta dello yacht. Abbiamo dovuto considerare: la distanza dai porti, sia quelli di partenza e arrivo sia quelli intermedi, per evitare che alcune motovedette potessero raggiungere (troppo) in breve lo yacht; le ore di navigazione prima dell’assalto dei Terroristi, le ore in cui lo yacht restava in mano loro e le conseguenti ore necessarie per ritornare sulla rotta originale, e questo perché era necessario coordinare al secondo l’arrivo del pattugliatore a tiro dello yacht in una zona che permettesse ai Nostri di fuggire per un breve tratto su una moto d’acqua per raggiungere poi a nuoto il sommergibile ancorato lungo la rotta originale; in più, ci serviva una realistica distanza tra lo yacht e il pattugliatore, e un altrettanto realistico tratto di mare che il gommone con il terrorista, con il transponder prelevato dallo yacht, avrebbe potuto percorrere senza essere intercettato dai radar delle capitanerie ma che fosse sufficiente per permettere agli altri terroristi di far sparire lo yacht.
Insomma, armati di compasso, goniometro e carte nautiche abbiamo fatto del nostro meglio!
Showdown finale
Il finale pensato all’inizio per la storia breve era leggero e spiritoso; una scelta che ci stava benissimo, anche per chiudere rapidamente l’avventura in poche tavole. Per la storia definitiva, invece, abbiamo optato per un finale più drammatico e articolato, con tanto di inseguimento tra moto d’acqua e gommone. Qual era il finale originale? Spiacenti, non possiamo rivelarlo. Anche perché, chissà, magari potrebbe tornare utile per una futura storia…